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Dossier sul Centro Oli di Ortona

lunedì, 3 novembre 2008

Raffineria Viggiano
Foto panoramica della valle dal belvedere di Viggiano

E’ ormai nota la notizia della costruzione di un imponente centro di prima raffinazione del greggio estratto dalle colline ortonesi. Il proggetto rientra in un piu’ ampio disegno governativo che vorrebbe l’entroterra abruzzese adibito a risorsa da sfruttare per l’estrazione di petrolio e discarica per i rifiuti industriali. Si e’ cominciato a parlare a tal proposito di “petrolizzazione dell’Abruzzo”. L’obiettivo energia portato avanti dall’ex presidente della Regione Del Turco in ossequio con le direttive governative che stabiliscono in un documento che Abruzzo e Basilicata sono regioni adibite alla produzione di energia fossile, da il via libera alla costruzione di raffinerie, pozzi e oleodotti per il 35% del territorio abruzzese coperto da permessi estrattivi.

L’attuarsi di questa politica ha dato gia i suoi buoni frutti. Basta volgere lo sguardo alla discarica piu’ grande e pericolosa d’Europa, quella di Bussi.

Qui convergono diversi insediamenti che ospitano tonnellate di rifiuti pericolosi provenienti dai petrolchimici e dalle industrie chimiche di tutta Italia che hanno provocato l’immissione di grossi quantitativi di sostanze tossiche nelle acque del principale fiume della regione, rendendolo un coacervo di veleni, compromettendo l’utilizzo stesso di quell’acqua. Anche qui la vicenda non manca di risvolti allarmanti.

Silenzio, disinformazione e totale copertura da parte di politici, enti e media su una gravissima emergenza ambientale.

Rimaniamo in provincia di Chieti. Ortona. I dubbi sul progetto di costruzione degli impianti sono molti. E come non averne difronte alle tante omissioni nella relazione tecnica dell’Eni, che non ha specificato il sistema di trasporto, il sistema di trasformazione dei gas estratti, le sostanze che verranno utilizzate, i dettagli sulla rete, il fabbisogno idrico, lo smaltimento dei rifiuti e l’esistenza o meno di eventuali fasi nocive di lavorazione degli oli estratti. Nonostante questo, la giunta regionale tra il 4 e il 27 aprile 2007 approva l’impresa, con una tanto inusuale quanto sospetta velocita’.

Se da un lato la procura di Chieti il 29 gennaio 2008 apre un’inchiesta sull’intera vicenda avviando un lungo lavoro di indagine, per stabilire se la contestatissima procedura amministrativa fosse “pulita”, dall’altro cominciano ad essere organizzate una serie di dimostrazioni e contestazioni al progetto.

Ma il consiglio comunale ortonese emette una richiesta per l’abrogazione della legge regionale, faticosamente approvata, che andava a bloccare la costruzione del Centro Oli fino al 31 dicembre 2008, minacciando a gran voce di rivalersi con azioni legali nei confronti dei residenti della zona, singoli cittadini e comitati spontanei sorti nel corso dell’ultimo anno in difesa del proprio territorio.

L’ intento di deturpare la regione dei parchi non ha tregua: se il progetto del centro oli rimarra’ congelato fino al nuovo anno, vanno avanti invece i lavori nei pressi del porto di Ortona per l’installazione di alcune piattaforme semisommergibili, destinate all’estrazione di idrocarburi e di gas naturale.

Viene spontaneo a questo punto fare riferimento alla Basilicata dove a distanza di 15 anni, dall’insediamento dell’ENI per l’estrazione del petrolio, appaiono a tutte e tutti gli effetti devastanti di quell’impianto che non porta ricchezza e non risolve il problema del lavoro.

Il ricorso al T.A.R. del WWF, che chiedeva la sospensione dell’iter per la costruzione del Centro Oli ad Ortona , viene giudicato “sbagliato e inammissibile”.

Nelle poche righe della sentenza, il T.A.R. afferma testualmente che l’interesse energetico e’ di pari valore (se non superiore) alla salute pubblica. Che quest’ultima fosse da sempre ostaggio degli interessi economici e politici e’ una verita’ senza tempo, ma averlo affermato in una sentenza e’ un ulteriore conferma del ruolo servile dei tribunali di stato nonche’ di una sempre piu’ diffusa visione dell’ambiente e dei territori solo in termini di profitto.

L’ENI festeggia, e il vero fine della classe politica che ha votato per la costruzione del Centro Oli, e’ svelato ancora una volta.

Anche i sindacati confederali al gran completo [CIGL CISL UIL] fin dall’inizio si sono schierati al fianco di Confindustria ed ENI, sperando di convincere gli abruzzesi dell’enorme opportunita’ offerta da questa infrastruttura in termini di posti di lavoro e ricchezza economica, oltre ad offrire parole senza base scientifica per rassicurare sulla salute di tutti.
(continua…)

Convegno ”Raffineria di Ortona: Si o NO”

mercoledì, 11 giugno 2008

Convengno

Le associazioni Confcommercio Chieti , Ass. Culturale Frentania Provincia, L’Altritalia, Amici di Beppe Grillo Lanciano organizzano Venerdì 13 Giugno 2008, ore 17:00, Aula Magna – Palazzo degli Studi, Corso Trento e Trieste – Lanciano il convegno ”Raffineria di Ortona: Si o NO”
Proiezione VIDEO: IL RITORNO DI ATTILA di Antonello Tiracchia prodotto dal Comitato Natura Verde
Interverranno:
Angelo Allegrino: Presidente Confcommercio Chieti
Luciano D’Alofonso: Segretario Regionale Pd- Sindaco di Pescara
Giusto Di Fabio: Presidente Comitato Natura Verde
Remo Di Martino: Vice-Sindaco di Ortona
Fabrizio Di Stefano: Senatore Popolo delle Libertà
Giovanni Legnini: Senatore Partito Democratico
Alfonso Mascitelli: Senatore Italia dei Valori
Filippo Paolini: Sindaco di Lanciano
Carlo Sanvitale: Operatore Culturale
Fabio Spinosa Pingue: Presidente Giovani Confindustria Abruzzo
Pino Valente: Presidente Associazione Culturale Frentania Provincia
La tua presenza è importante visto che saranno presenti importanti esponenti del fronte del sì alla raffineria di Ortona (cosa mai avvenuta prima d’ora).
Spargete la voce
Grazie e a venerdì!
PS: e sistono i videoregistratori ripeto, esistono i videoregistratori.

Amici Beppe Grillo Lanciano

MONSANTO: IL DOCUMENTARIO (SCOMODO) PARTITO DAL WEB

sabato, 31 maggio 2008

Fonte: Panorama

Marie Monique Robin

“Dieci anni fa non avrei mai potuto fare questo documentario. Oggi con Internet invece è stato possibile. Questo dimostra che un’inchiesta solida è ormai alla portata di tutti”. O quasi. Basta avere vent’anni di esperienza nel giornalismo d’inchiesta, un solido produttore alle spalle e avvocati agguerriti in grado di parare qualsiasi colpo inferto dal nemico. Tutti parametri che Marie-Monique Robin possiede. Molti suoi colleghi pensarono che la sua carriera di giornalista freelance avesse raggiunto l’apice nel 1995 con l’assegnazione del prestigioso Prix Albert Londres (il Pulitzer d’oltralpe) per un suo documentario sul traffico d’organi (Voleurs d’yeux), ma ora dovranno fare i conti con la sua ultima impresa: Le monde selon Monsanto (Il mondo secondo Monsanto), un reportage estremamente discusso in Francia dopo la sua diffusione sul canale televisivo Arte l’11 marzo scorso. In poco meno di due ore, l’inchiesta di Marie Robin riassume tre anni di indagini sulla Monsanto, primo produttore mondiale di sementi convenzionali e di organismi geneticamente modificati (Ogm). Un colosso dell’industria agrochimica (i suoi guadagni per il 2007 ammontano a 723,5 milioni di euro, +107% rispetto al 2006), spesso al centro delle polemiche che condizionano il dibattito attorno agli Ogm.
“Intendiamoci, il mio documentario non è contro gli organismi geneticamente modificati” spiega l’autrice a Panorama.it “anche se ormai sono convinta che sul lungo termine rischiano di distruggere la biodiversità. Il mio film è soprattutto il ritratto di un’azienda leader degli ogm: mi interessava capire in quale misura il suo passato illumina le sue pratiche attuali”.

Qualche esempio?
Ce ne sono tanti. Prendiamo i PCB, quei derivati chimici clorati che per cinquant’anni serviranno da liquido refrigerante nei trasformatori elettrici. Sin dal 1937, i leader di Monsanto sapevano che i PCB rappresentavano un rischio grave per la salute umana, ma non hanno fatto nulla finché nel 1977 non fu comprovata la loro alta tossicità. Ad Anniston (Alabama), la città dove la Monsanto produceva i PCB, 3 517 persone, in stragrande maggioranza nera, hanno trascinato in tribunale l’azienda perché vittime di un cancro o di un ritardo di crescita. Vinceranno la loro causa. Ora, i quarant’anni di silenzio della Monsanto sui TBC devono farci riflettere sui presunti effetti positivi di altri prodotti messi sul mercato dalla medesima compagnia. Già alla fine degli anni ’90, il ministro della Giustizia degli Stati Uniti aveva vietato alla Monsanto di spacciare il fertilizzante Roundup, per un prodotto biodegradabile e non tossico.

Qual è il ruolo di Internet nella realizzazione di questo documentario?
Tutto il film ruota attorno a Internet e al materiale incredibile raccolto on line. E il mio lavoro ha prodotto a sua volta un effetto a cascata. Da marzo scorso, oltre al mio blog ne sono stati creati altri 500 dedicati al documentario.

Alcuni accusano Internet di offrire una quantità eccessiva di informazioni, spesso poco credibili. Al contrario nel suo documentario la Rete occupa un ruolo centrale. Come giustifica questo atto di fiducia?
L’atto di fiducia è nato in seguito alle scoperte incredibili realizzate su Internet e che mi hanno consentito di costruire per la prima volta nella mia carriera giornalistica un’inchiesta con informazioni raccolte a partire dalla Rete. Solitamente questo genere di documentari costringe il regista a effettuare sopraluoghi o girare interviste per poi passare alla realizzazione vera e propria. Nel caso di Monsanto è accaduto il contrario. La scelta dei miei viaggi è sempre stata dettata dai risultati raggiunti durante la fase di ricerca su Internet. Non appena raccoglievo materiale in sufficienza, mi recavo all’estero per una verifica sul terreno. Il film è il risultato di tre anni di inchiesta trascorsi tra il mio domicilio e tre continenti.

Un conto è raccogliere documenti, ben altro impegno è quello di trovare il bandolo della matassa…
Il caso Monsanto assomiglia a un puzzle: assemblare i pezzi non è stato facile. Capisco che l’impegno non sia a portata di tutti, ma sono una giornalista e questo sforzo è parte integrante del mio lavoro. Anzi, è quella decisiva. Anche perché su Internet si trova di tutto: dai documenti giornalistici e scientifici più grotteschi a quelli più subdoli, votati a ingannare il cittadino con teorie in apparenza credibili ma che alla luce di analisi razionali non reggono il passo della scienza. Viceversa, era mio scrupolo verificare molto accuratamente le accuse o i sospetti formulati contro la multinazionale. La complessità e la sensibilità del caso Monsanto si misurano con gli avvocati che ho dovuto arruolare per rendere il mio film inattaccabile sul piano giuridico.

È stata la sua prima volta davanti alle telecamere
In tutti i miei film, sono sempre rimasta dietro l’obiettivo. Due sono state le ragioni principali che mi hanno spinto questa volta a mostrarmi alla telecamera: la prima, vedendomi navigare sulla Rete, volevo convincere il telespettatore che ciò che stavo facendo lo poteva fare anche lui. Nel contempo, le sequenze che riprendono la mia navigazione sui siti mi consentono oggi di proteggermi da futuri processi. Infatti il documentario riposa interamente su ricerche altrui trovate sulla Rete e verificate sul campo. È il caso del “principio sostanziale di equivalenza” e delle dichiarazioni cruciali riportate nel documentario da James Maryanski, l’ex coordinatore per la biotecnologia della Food and Drug Administration (Fda), riguardo il periodo in cui gli ogm furono regolamentati negli Stati Uniti.

Il suo film ha 828.000 link di riferimento su google.fr oltre a registrare visite record sul sito di Arte. Un fenomeno senza precedenti ampliato dalla discussione in Francia sulla nuova legge per gli ogm. Quali le reazioni della Monsanto?
Ufficialmente è prevalso il no comment. Ma ironia del destino, Monsanto France si starebbe muovendo su Internet e guarda caso mai in maniera frontale. Poche settimane fa, un giardiniere che utilizza il Roundup, l’erbicida più venduto al mondo, mi ha mandato una mail in cui mi racconta di aver ricevuto da Monsanto una lettera in cui si precisa che, nonostante le informazioni diffuse nel mio documentario, il Roundup rimane un prodotto sicuro. Altro esempio, nel mio blog ci sono pseudonimi tipo Gatacca che non cessano di mettere in dubbio il mio lavoro. Presto ho scoperto che si trattava di persone che passano le loro giornate a frequentare forum per difendere alcune multinazionali del settore. Infine il caso più eclatante riguarda l’Afis, l’associazione francese per l’informazione scientifica da cui ho subito una vera e propria campagna diffamatoria. Due settimane fa uno dei membri del consiglio di amministrazione della Fis si è dimesso denunciando l’influenza della Monsanto sull’associazione!

Che ruolo spetta ai politici?
Proteggere la salute pubblica. Ma non è facile. Da anni negli Stati Uniti la Monsanto gode di appoggi preziosissimi nell’organo di controllo per la sicurezza degli alimenti e dei farmaci (Fda) oppure presso il ministero dell’Agricoltura. Questo grazie a un sistema ben rodato chiamato “revolving doors” per cui funzionari pubblici vanno ad occupare posti importanti nel privato con l’incarico di seguire vicende delicate come gli ogm che gestivano nel settore pubblico. Nemmeno l’Europa è al riparo di questo gioco delle sedie. L’80% dei membri che compongono l’EFSA, il comitato scientifico incaricato di consigliare l’Ue prima dell’autorizzazione dell’introduzione sul mercato degli Ogm, lavora sotto contratto con aziende di biotecnologie come Monsanto, Aventis o Bayer. La stessa commistione tra scienza, politica e affari si è verificata in Francia. Basta leggere in questi giorni gli articoli dedicati al progetto di legge sugli Ogm. Un parlamentare della maggioranza ha evocato la forza di persuasione fenomenale della Monsanto su alcuni suoi colleghi favorevoli agli Ogm.

Iniziativa 1 giugno 2008 spiaggia del Turchino

martedì, 20 maggio 2008

Trabocco del Turchino

DOMENICA 1 GIUGNO - San Vito Chietino, Spiaggia del Turchino, ore 14.00 – “BARCOLATA” per lanciare il nostro grido d’amore al nostro Mare Adriatico, violato dalle trivelle delle multinazionali che si permettono perfino di scrivere sui loro siti “L’Italia è a basso rischio politico”… Facciamo vedere a questi petrolieri che non siamo affatto rassegnati!
Sventolio di lenzuola, musica flokloristica, fiaccole… da terra e dal mare, per dire “Giù le grinfie dal nostro mare!”.
Chi può venga in canotto, in gommone, col fuoribordo, con l’entrobordo o con la goletta…
Punto di raduno lo spazio d’acqua antistante il trabocco del Turchino (nella foto), ore 15.00.

Comitatonaturaverde

Segreto di Stato per il deposito di scorie nucleari

martedì, 20 maggio 2008

Centrale nucleare

Tratto da ECOAGE
Come ultimo atto il Governo uscente di Romano Prodi ha esteso il segreto di Stato sull’individuazione del sito unico di stoccaggio delle scorie nucleari. Il provvedimento è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 16 aprile 2008 n°90, ad elezioni praticamente perse, ed è entrato in vigore dallo scorso 1° maggio nel silenzio quasi completo dei mass media italiani (giornali, tv, stampa) che non hanno dato importanza alla notizia. La notizia si apprende da un articolo del quotidiano di economia e finanza Sole24Ore del 9 maggio 2008.

I cittadini non dovranno essere informati

Il provvedimento firmato da Romano Prodi faciliterà l’individuazione del deposito di stoccaggio delle scorie nucleari in Italia. Il segreto di Stato è stato esteso agli impianti civili di produzione dell’energia. La costruzione di una centrale nucleare o del deposito di scorie potrà quindi essere coperta dal segreto di Stato e nessun cittadino avrà legalmente diritto di sapere cosa accade dietro le aree recintate. Nei luoghi coperti da segreto di Stato non potranno accedere nemmeno le aziende sanitarie locali per effettuare i normali controlli che saranno realizzati da speciali uffici autonomi. I Comuni e le amministrazioni locali non potranno comunicare informazioni, documenti, luoghi e attività in cui saranno stoccate le scorie radioattive. Persino la motivazione della scelta dei siti sarà coperta dal segreto di Stato.

Gli scenari possibili

Grazie al decreto di Romano Prodi, emanato in piena ordinaria amministrazione ad elezioni già concluse, il governo Berlusconi potrà utilizzare il segreto per individuare il sito. Molto probabilmente per ridurre le proteste dei cittadini sarà realizzato in strutture militari già esistenti oppure in strutture dello Stato (es. gli attuali centri Enea). Non è dato saperlo. Del resto con il segreto di Stato già tirare ipotesi come stiamo facendo in quest’articolo potrebbe essere considerato reato se dovessimo avere ragione. L’ipotesi nasce dalle considerazioni dell’articolo del Sole24Ore sopracitato che tali strutture dello Stato sono già inaccessibili e chiuse al pubblico.

Le nostre conclusioni

Pur avendo partecipato al caso Scanzano Jonico questo sito non ha mai negato l’utilità di un possibile ritorno al nucleare in Italia in nome della diversificazione del mix energetico e la necessità di mettere in sicurezza tutto il materiale radioattivo italiano di Ia, IIa e IIIa categoria. Ma farlo in questo modo, negando il diritto dei cittadini al confronto e alla concertazione, lascia in sé una grande amarezza.

Andrea Minini
Associazione ECOAGE
www.noalnucleareinbasilicata.com
www.ecoage.com

20080518

Fonti:
Rassegna stampa della Camera
Blog Grillo